Medicina narrativa e intelligenza artificiale: il progetto NARR-ARTI

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Riportiamo l’articolo di Cristina Cenci, founder Digital Narrative Medicine, pubblicato sul blog Nòva de Il Sole 24Ore.

“Nel 2017 ho condiviso su questo blog una piccola provocazione. Dopo l’ennesima risposta paternalistica del mio medico di base, ho immaginato di scrivere invece a un assistente virtuale che ho chiamato R2-D2, in omaggio a Guerre Stellari. La risposta che ho attribuito a R2-D2 era al tempo stesso empatica, personalizzata, utile per me. Concludevo con una domanda: saranno le macchine ad aiutarci a superare il paternalismo nella relazione medico-paziente?

Nove anni dopo, con l’arrivo degli LLM, le chatbot empatiche esistono davvero ma l’interrogativo resta valido.  Secondo uno studio di David Chen e colleghi del Princess Margaret Cancer Centre di Toronto, le persone con cancro valutano le risposte dei chatbot come più empatiche di quelle dei medici. La mia fantasia del 2017 è apparentemente diventata realtà. Ma non del tutto. Parlare di empatia per un chatbot rischia di non essere appropriato, visto che al massimo possiamo definirlo mirroring statistico. La situazione è al tempo stesso più problematica e più promettente.

Nel 2025 il Centro Studi SIMeN ha pubblicato un documento curato da Massimiliano Marinelli — Medicina Narrativa e Intelligenza Artificiale. Una breve introduzione — che sintetizza in modo molto efficace rischi e opportunità.

Il testo descrive un paradosso identificato da diversi studiosi: “i sistemi sanitari cercano nell’AI efficienza e standardizzazione; la medicina narrativa insiste sulla singolarità del vissuto, sull’illness script come evento fenomenologico irriducibile”. Il rischio centrale è la nascita di un “(a)iRecord”, dominato dall’algoritmo e dalla presunta oggettività del dato, derivato da una procedura di codifica automatca. Avverte Marinelli: “Quando la sofferenza di una madre — per il futuro dei figli, per esempio — viene compressa in una nota psicosociale o in una checkbox, la narrazione viene ‘dataficata’: trasformata in dato utile al sistema, ma impoverita come fonte di risonanza empatica e di comprensione condivisa. Il rischio, per la MN, è che la parola del paziente venga sì registrata, ma non davvero accolta.”

Sul risultato degli studi come quello di Chen et al., Marinelli segnala che il  vero banco di prova dell’empatia non è la messaggistica asincrona, ma la relazione in presenza: “lo spazio in cui si sostengono silenzi, si tollera la confusione, si reggono sguardi che portano notizie che nessuno vorrebbe dare o ricevere”. L’empatia è contestuale e relazionale ed è per gli umani, non per l’AI.

Il dossier segnala poi i rischi più sottili: la passività narrativa del clinico che accetta quasi in blocco i testi generati dall’AI, l’erosione della competenza narrativa, i bias algoritmici che rischiano di produrre una medicina che “sente” meglio certi aspetti e ne ignora altri rilevanti. La proposta richiama il cosiddetto modello “centauro”distant reading all’AI, close reading all’umano. Bella formula. Come si può applicare nella pratica?

Abbiamo provato a proporre una declinazione concreta con il progetto NARR-ARTI, realizzato con la Medicina di Precisione in Senologia, della Fondazione Policlinico Gemelli, guidata dalla dottoressa Alessandra Fabi, con il contributo incondizionato AstraZeneca.

Le donne con tumore al seno in fase avanzata raccontano la propria esperienza con il diario narrativo digitale DNMLab — validato per utilità e fattibilità in diverse aree terapeutiche. Nel diario sono state integrate le API di ChatGPT, con la garanzia che le storie non vengano utilizzate per l’addestramento del sistema, preservando la privacy. L’AI analizza le narrazioni e genera per ogni paziente la Illness Digital StoryMap (IDS), visibile al team curante.”

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