La comunicazione condiziona l’esito della terapia: una nuova ricerca dimostra la relazione anche in termini neurobiologici

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“Ne uccide più la lingua che la spada” recita un antico proverbio, che oggi trova un fondamento scientifico reale laddove si sostituisca la spada con la malattia, e la lingua con la comunicazione tra il medico e il paziente.

Una innovativa ricerca sperimentale (F.I.O.R.E. 2 – Functional Imaging of Reinforcement Effects) ha infatti osservato gli effetti cerebrali di una comunicazione negativa, attraverso indagini di visualizzazione realizzate con una risonanza magnetica funzionale. Alla sperimentazione si sono sottoposti trenta volontari sani di entrambi i sessi, di età compresa fra i 19 e i 33 anni, su cui sono stati applicati anche test di valutazione della personalità e dell’affettività.

Si tratta del secondo step della ricerca (il primo aveva indagato gli effetti di una comunicazione positiva) condotta dalla Fondazione Giancarlo Quarta Onlus di Milano, in collaborazione con l’Università di Padova e il Padova Neuroscience Center (PNC).  I risultati hanno dimostrato una stretta relazione tra il malessere e le parole negative anche in termini neurobiologici, rendendo evidente quanto le parole possano lenire e come possano incidere sul rapporto tra medico e paziente, o anche tra medico e familiari dei pazienti, con ripercussioni determinanti sul dialogo, la pianificazione e l’alleanza terapeutica.

Un percorso ipotizzato già in precedenza dal professor Fabrizio Benedetti, neurofisiologo, che si occupa da anni della relazione tra parole e farmaci, in particolare sull’importanza della somministrazione accompagnata da un dialogo tra medico e paziente come parte integrante della terapia.

Secondo Benedetti, infatti, proprio la narrazione che accompagna la somministrazione, se positiva, può attivare la produzione di endorfine con effetto analgesico. Al contrario, uno stimolo verbale negativo può aumentare il dolore. L’importanza della comunicazione tra medico e paziente, quindi, assume un ruolo centrale, al punto da influenzare l’esito della terapia.

Negli ultimi anni è stato dato forte risalto all’etica clinica, all’umanizzazione dei luoghi di cura e all’importanza della comunicazione medico-paziente, con l’inserimento di specifiche discipline nei corsi di specializzazione, ma ancora si fatica a capire quanto queste competenze incidano sull’andamento stesso delle terapie e, più in generale, sulle capacità e le possibilità di cura dell’intero sistema sanitario.

L’esperienza della pandemia da covid-19 ha fornito, suo malgrado, ulteriori elementi di osservazione. La necessità di interloquire a distanza, attraverso dispositivi digitali, ha evidenziato la necessità per i pazienti di mantenere un dialogo aperto e rassicurante con il medico, anche più di quanto non avvenisse in epoca pre-covid.

Così come è diventato importante per i parenti, impossibilitati alle visite ospedaliere ai familiari ricoverati, poter usufruire di dispositivi di collegamento con i propri cari e il personale sanitario.

Nel complesso, si può dire che la pandemia abbia in qualche modo accelerato la diffusione di quegli strumenti tecnici che hanno come obiettivo la narrazione complessa di tutto ciò che costituisce la malattia e il percorso di cura, mettendo “la relazione al centro”.

In particolare, gli strumenti di medicina narrativa digitale si sono rivelati un vantaggio prezioso per le malattie croniche e infettive, dove la distanza può essere più facilmente ed efficacemente compensata, o nei casi di malattie che necessitano di un monitoraggio lungo e costante.

Come hanno dimostrato i dati raccolti da AMENAS, uno studio pilota multidisciplinare sull’applicazione della medicina narrativa in pazienti oncologici, condotto dall’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) in collaborazione con Digital Narrative Medicine (DNM), recentemente pubblicati sul Journal of Clinical Medicine (JCM).

Il diario narrativo digitale (utilizzato in alcuni studi pilota condotti da IFO – Istituto Tumori Regina Elena grazie alla piattaforma DNMLAB), la condivisione di storie e la partecipazione a gruppi di drammaterapia sono solo alcuni degli strumenti messi a disposizione da DNM, la prima piattaforma digitale per l’applicazione della medicina narrativa nella pratica clinica, che nel contempo offre anche specifiche attività di formazione per medici e personale sanitario, come il recente percorso di medicina narrativa nelle epilessie organizzato insieme a LICE.

 

 

 

 

 

 

 

 

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