Cos’è e come si conquista “una diversa fiducia”? Intervista a Sandro Spinsanti

diversa-fiducia600x560Accademico, laureato in teologia e psicologia, il Professor Sandro Spinsanti ha insegnato etica medica presso la facoltà di medicina dell’Università Cattolica di Roma e bioetica all’Università di Firenze. Fondatore e direttore dell’“Istituto Giano per le Medical Humanities”, è stato componente del Comitato Nazionale per la Bioetica e presidente di numerosi comitati etici per la ricerca.

LA FIDUCIA

Fiducia, nel 2022, sembra una parola antica, un sentimento puro riservato all’infanzia, un’elargizione che è sempre meglio negare, o concedere con parsimonia. Diviene sinonimo di ingenuità, contrario di scaltrezza, identifica ciò che provoca irresponsabilmente danno. Come se avere fiducia equivalesse automaticamente a farsi fregare.

È un’impressione diffusa, che riguarda ogni ambito della società, e che la pandemia ha contribuito ad accrescere, con le polemiche e le fake-news sui vaccini, inasprendo il rapporto già compromesso tra cittadini e servizio sanitario.

Il Prof. Sandro Spinsanti osserva e racconta, trovando nelle parole una possibile soluzione. Non più semplice e incondizionata fiducia, dunque, ma “Una diversa fiducia”, che riporti il sapere scientifico nella sua posizione di indispensabile base per una buona medicina.

Prof. Spinsanti, in cosa consiste esattamente “una diversa fiducia” e come si conquista?

Come tutti i cambiamenti e le conquiste, anche questa trasformazione è complessa e richiede tempo, ma il cambiamento è già in atto. Mi viene in mente una frase di Pirandello, che fa dire a uno dei suoi personaggi (ndr La mano del malato povero) di essere stato considerato un malato intelligente perché non faceva mai nessuna domanda: ecco, questo era il vecchio modo di concepire la fiducia tra medico e paziente, l’affidamento totale del malato al dottore. Ma le cose sono già cambiate, rispetto a questo. Nel 2017, la legge 219 sul consenso informato, ha già segnato un passaggio fondamentale nella relazione tra medico e paziente. Oggi c’è bisogno di ulteriori passi avanti.

Innanzitutto, quello che una persona si chiede, prima di affidarsi alle cure, è “mi posso fidare della scienza di questo medico?”. Me lo deve dire, giustificare, e io devo approvare. L’autodeterminazione, l’autonomia della persona, è fondamentale. La fiducia non viene data una volta per tutte, ma deve essere rinnovata di volta in volta. Questo medico rispetterà la mia volontà? Applicherà la cura su di me o con me? E io posso dire, potrò dire “basta”? Verrò ascoltato?

Non dimentichiamo, poi, che fino al 1995 era previsto un modello di comunicazione che quasi escludeva il malato dalla diagnosi, preferendo la comunicazione ai familiari rispetto al diretto interessato. La fiducia, dunque, era minata anche dal dubbio “questo medico mi dirà la verità? Non dirà una cosa a me e una diversa ai miei familiari?”. Oggi sappiamo che ai malati dobbiamo dire la verità, certamente nei modi più idonei e consoni, con una diagnosi rassicurante. Per ottenere la fiducia del paziente, il medico deve avere una competenza comunicativa: questo significa far sentire il paziente soggetto, e non oggetto, delle cure, rispettarne le volontà, saper comunicare con lui e con i suoi familiari.

 

Quando lei parla di fiducia si riferisce solo al rapporto individuale, tra medico e paziente, o anche al rapporto pubblico tra le persone e la scienza, tra cittadini e governo?

Il rapporto di fiducia coinvolge necessariamente tutti. Partiamo nuovamente dalla persona malata che deve concedere la propria fiducia e si chiede come sarò curato? Mi conviene rivolgermi alla sanità pubblica o a quella privata? È un dubbio legittimo, che apre la domanda sulla fiducia tra cittadino e Stato. Entra qui in gioco anche il discorso della disponibilità della sanità pubblica, perché se per effettuare una visita nel sistema sanitario pubblico occorrono mesi, è chiaro che la fiducia del paziente viene messa a dura prova, specialmente se nel sistema privato la stessa visita può essere effettuata nella stessa giornata.

Lo stesso vale nel caso di accertamenti che non vengono compresi nelle esenzioni per patologia: lo Stato lo fa per risparmiare, ma il paziente si sente – giustamente – discriminato. Che fiducia può avere un cittadino discriminato dallo Stato? Si è sempre partiti dal principio che una buona medicina debba essere rispettosa dei diritti ed evitare le discriminazioni, a cominciare proprio da quelle di tipo economico. La buona medicina deve essere efficace, rispettosa e giusta oppure, come vogliono i criteri della slow medicine, sobria, rispettosa e giusta. In entrambi i casi, qualunque criterio si voglia seguire, devono essere rimossi gli ostacoli che rendono iniquo l’accesso alla salute e, forse più che mai in questo momento, i cittadini dovrebbero chiedere quali progetti politici ci sono per la sanità, e sollecitare le soluzioni.

Nella stessa ottica, si dovrebbe agire su quelle che sono le misure architettoniche del sistema sanitario, vale a dire l’assegnazione delle cattedre, le graduatorie dei concorsi e così dicendo. Anche la fiducia professionale è messa a dura prova da un sistema che i cittadini percepiscono come corrotto: mi sto affidando a un professore che ha ottenuto mille riconoscimenti, ma si curerà davvero di me? E meriterà tutta questa fiducia? C’è bisogno di un percorso comune per garantire un sistema sanitario nazionale libero dalla corruzione, in cui i cittadini possono davvero riporre fiducia sia a livello professionale, sia istituzionale.

Insomma, la conquista della fiducia, di questa diversa fiducia, riguarda tutti e va costruita giorno dopo giorno, coinvolgendo tutti i cittadini, i professionisti e le istituzioni.

 

In un’intervista, ha detto che Virginia Woolf oggi non potrebbe più lamentarsi della scarsa quantità di letteratura dedicata al vissuto del corpo. Non crede, però, che ci possa forse essere anche una sorta di sovraesposizione mediatica della malattia, oggi, che tende a rendere patologiche anche semplici condizioni fisiologiche personali o transitorie?

È vero. L’argomento malattia oggi è fin troppo utilizzato sul web, se ne parla fin troppo, male e spesso a sproposito. Internet è una palude piena di trappole, diffonde falsa conoscenza e l’illusione di un sapere troppo facile, per cui laureati del web, discepoli del dottor Google hanno l’arroganza di contraddire chi ha fatto anni e anni di formazione specialistica. Si è passati da un eccesso, in cui l’argomento malattia era tabù, a un altro. Oggi sul web dilagano anche vip, o sedicenti tali, che raccontano le proprie disgrazie, spesso nemmeno vere e proprie patologie, che esondano dall’ambito sanitario.

L’autonarrazione della malattia, soprattutto durante il covid, ha raggiunto livelli insostenibili, al punto che un editore francese, sommerso da diari della pandemia, ha supplicato gli aspiranti scrittori di smettere con i manoscritti!

Io ricordo ancora quando Gigi Ghirotti, nel 1973, affermò “io ho il cancro e ne parlo”. Con questa affermazione, ruppe un tabù e rappresentò la svolta nella narrazione della malattia. Ma bisogna fare un buon uso della narrazione, affinché questa sia realmente utile.

 

Sempre riguardo la narrazione, lei ha sempre sostenuto l’importanza della condivisione delle esperienze tra medico e paziente attraverso la medicina narrativa, come parte integrante e fondamentale della terapia. Ritiene che la medicina narrativa all’interno delle strutture di cura abbia raggiunto un livello sufficiente, o c’è ancora da fare?

C’è moltissimo da fare. A livello professionale, la medicina narrativa a oggi è ancora un’attività elitaria, poco conosciuta e pertanto scarsamente compresa. Si interessano seriamente alla medicina narrativa solo coloro che l’hanno già capita, quindi è un po’ come predicare ai convertiti, mentre tutti gli altri – e sono, ahimè, la maggioranza – mantengono un atteggiamento scettico, diffidente e talvolta arrogante. Il punto focale diviene allora la formazione, che deve riuscire ad entrare nel mondo accademico attraverso un professionista della medicina narrativa che insegni ai medici come applicare questa specializzazione necessaria e complementare.

“Una diversa fiducia. Per un nuovo rapporto nelle relazioni di cura” (Il Pensiero Scientifico Editore, 2022)