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	<title>Digital Narrative Medicine &#187; intervista</title>
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	<description>Medicina Narrativa Digitale</description>
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		<title>Intervista alla Dott.ssa Cristina Cenci, antropologa, fondatrice di Digital Narrative Medicine</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2024 09:10:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Valente]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Il modo più semplice per spiegare cos’è la medicina narrativa è partire da cosa non è. Non è scrivere un libro o un racconto con la propria esperienza di malattia, non è condividere la propria storia nei social network, non è curarsi con la letteratura&#8221; Intervista di MioDottore a Cristina Cenci 1) Potrebbe spiegare cos&#8217;è [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2024/03/MAGAZINE-1200-x-630-px-10.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-7340" src="https://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2024/03/MAGAZINE-1200-x-630-px-10-300x158.png" alt="MAGAZINE (1200 x 630 px) (10)" width="300" height="158" /></a>&#8220;Il modo più semplice per spiegare cos’è la medicina narrativa è partire da cosa non è. Non è scrivere un libro o un racconto con la propria esperienza di malattia, non è condividere la propria storia nei social network, non è curarsi con la letteratura&#8221;<br />
Intervista di MioDottore a Cristina Cenci</p>
<p><em><strong>1) Potrebbe spiegare cos&#8217;è la medicina narrativa e quali sono i principi fondamentali su cui si basa? Come si integra, nella pratica quotidiana, con l&#8217;approccio scientifico tradizionale alla cura del paziente?</strong><br />
</em>Il modo più semplice per spiegare cos’è la medicina narrativa è partire da cosa non è. Non è scrivere un libro o un racconto con la propria esperienza di malattia, non è condividere la propria storia nei social network, non è curarsi con la letteratura. Per dire cosa è, faccio riferimento alle Linee di Indirizzo dell’Istituto Superiore di Sanità del 2015 che definiscono la medicina narrativa come “<em>una metodologia d’intervento clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa&#8221;. La narrazione è lo strumento fondamentale per acquisire, comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel processo di cura. Il fine è la costruzione condivisa di un percorso di cura personalizzato (storia di cura)”. </em>Quando usiamo il termine di medicina narrativa o <em>narrative based medicine</em>, facciamo quindi riferimento a una relazione di cura che focalizza l’intervento non solo sulla malattia ma sulla persona.</p>
<p><span id="more-7345"></span><br />
La medicina narrativa offre le competenze e gli strumenti per integrare il piano assistenziale con il progetto esistenziale della persona, come raccomandato dal 2016 il Piano nazionale cronicità. L’ascolto narrativo si integra con il colloquio clinico e la diagnostica per consentire una personalizzazione bio-psico-sociale del percorso di cura. Non siamo solo dati, siamo esperienze, vissuti, emozioni, progetti che devono diventare una componente chiave nella diagnosi e nel processo decisionale relativo ai trattamenti. A livello internazionale, il punto di riferimento che ha ispirato anche il lavoro in Italia è Trisha Greenhalgh a Oxford, <em>Brian Hurwitz</em> al King’s College di Londra e Rita Charon alla Columbia University.</p>
<p><strong><em>2)</em></strong> <strong><em>Spiegato in modo semplice, ci racconta qual è la relazione tra medicina narrativa e antropologia?</em></strong><br />
L’antropologia ha avuto un ruolo chiave nella diffusione del paradigma della medicina narrativa. Sono gli antropologi medici Arthur Kleinman e Byron Good che alla fine degli anni ’80 del ‘900 alla Harvard Medical School mettono in discussione il paradigma puramente clinico della medicina e rimettono al centro la persona. L’antropologia riporta al centro della cura l’importanza del senso e del significato che una malattia assume nella biografia unica e irripetibile di ognuno. L’inglese aiuta a capire l’interdipendenza tra tutte queste dimensioni perché ha tre parole per dire malattia: <em>disease</em>, che è la malattia in senso clinico, l’<em>illness</em> che è il vissuto della malattia, le modalità e i significati con cui una specifica persona affronta il suo percorso e le cure e la <em>sickness</em> che è la costruzione sociale e culturale della malattia, che influenza a sua volta la <em>disease </em>e l’<em>illness</em>. Faccio un esempio di questa interdipendenza. Uno<a href="https://academic.oup.com/eurheartj/article/41/Supplement_2/ehaa946.3178/6003235)avuro"> studio</a> pubblicato qualche anno fa a cui ho collaborato, mostra come nell’immaginario collettivo le patologie cardiovascolari siano associate prevalentemente agli uomini. Stiamo quindi parlando di <em>sickness</em>, cioè della rappresentazione sociale della malattia. Questo costrutto culturale incide però anche sulla <em>disease</em>, perché i curanti tendono a sottovalutare i sintomi nella diagnosi delle donne, attribuendoli più frequentemente che per gli uomini a componenti psicologiche. A loro volta le donne, tendono a non riconoscere i loro sintomi e a essere meno focalizzate sulla prevenzione cardiovascolare rispetto a quella oncologica (<em>illness</em>). L’antropologia ci ricorda che queste tre dimensioni vanno tutte considerate perché sono parte integrante di come si costruiscono le conoscenze e le pratiche nella cura.<br />
Un altro apporto molto importante dell’antropologia è associato alla costruzione sociale del rituale terapeutico. Nella cura le componenti scientifiche e l’esperienza del curante si combinano con un insieme di atti e di simboli che li legittimano. Storicamente siamo passati da un modello sciamanico di affidamento ai gesti rituali ad una maggiore co-costruzione e condivisione, che però richiede sempre simboli, parole e atti appropriati. Faccio l’esempio della telemedicina. Utilizzare WhatsApp o strumenti generalisti di conversazione con i pazienti, non è solo pericoloso dal punto di vista della sicurezza dei dati, rischia di delegittimare il setting della cura, di banalizzare e di creare l’illusione che quello che mi scrive il medico abbia lo stesso valore di quello che mi scrive un amico. È come se ci facessimo visitare al bar. Questo vale anche per il curante che in un unico flusso di chat risponde al paziente, al figlio, al collega e all’elettricista. Purtroppo ancora oggi i servizi semplici di messaggistica sono molto utilizzati. È invece fondamentale che vengano utilizzate piattaforme dedicate e che si definiscono dei percorsi diagnostico-terapeutici digitali adeguati. In questo contesto di trasformazione, le competenze socio-antropologiche e narrative potrebbero offrire un contributo importante.</p>
<p><a href="https://pro.miodottore.it/blog/dottori/topic/magazine/post/intervista-alla-dott.ssa-cristina-cenci-antropologa-fondatrice-di-digital-narrative-medicine" target="_blank">Continua a leggere l&#8217;intervista </a></p>
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		<title>“Raccontami di te”: la medicina narrativa all’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jul 2023 11:17:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Valente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Cercato]]></category>
		<category><![CDATA[diario digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[percorso narrativo]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervista a Maria Cecilia Cercato, già Dirigente Medico UOSD Epidemiologia e Registro Tumori Consulente scientifico per i progetti applicativi sulla Medicina Narrativa presso la Biblioteca Digitale “R.Maceratini” – IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena La raccolta di narrazioni di sé da parte di pazienti, familiari e operatori sanitari in ambito oncologico è stato il fulcro del progetto “Raccontami [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2023/07/raccontami.jpg"><img class="size-medium wp-image-7117" src="https://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2023/07/raccontami-300x200.jpg" alt="Woman taking a note in bed for self-quarantine, social distancing, staying and working at home in coronavirus or Covid-2019 outbreak situation concept" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Intervista a <strong>Maria Cecilia Cercato, </strong>già Dirigente Medico UOSD Epidemiologia e Registro Tumori Consulente scientifico per i progetti applicativi sulla Medicina Narrativa presso la Biblioteca Digitale “R.Maceratini” – IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena</p>
<p class="wp-block-heading"><strong><em>La raccolta di narrazioni di sé da parte di pazienti, familiari e operatori sanitari in ambito oncologico è stato il fulcro del progetto “Raccontami di te”, condotto dall’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma. Com’è stato nato e come si è sviluppato il progetto?</em></strong></p>
<p>Nella mia esperienza di oncologo medico, da tempo avvertivo il bisogno di recuperare quegli aspetti della pratica clinica basati sull’ascolto del paziente, considerati basilari dai nostri maestri, ma penalizzati nella comune concezione moderna della medicina in favore di altre logiche (ricorso all’ipertecnologia, eccesso di fiducia negli esami strumentali, produttività aziendale, medicina difensiva, etc.).<span id="more-7116"></span></p>
<p>Nel 2008 il primo incontro con la medicina narrativa ha gettato il seme che ha poi germogliato e dato i suoi frutti grazie alla partecipazione ad un evento che considero una pietra miliare per il cambio di visuale nella storia della medicina moderna, ovvero la Consensus Conference per la definizione delle “Linee di indirizzo per l’utilizzo della medicina narrativa in ambito clinico-assistenziale, per le malattie rare e cronico-degenerative” promossa e realizzata nel 2014 dall’Istituto Superiore di Sanità. La Consensus, grazie ad un panel multiprofessionale di esperti, non solo ha definito cosa è la medicina narrativa, quali sono gli strumenti e gli ambiti di applicazione, ma ci ha portato a riflettere su come l’ascolto reciproco e la integrazione dei punti di vista sia la chiave per una cura a misura della persona. <strong>Su queste premesse, nel 2015 è nato un percorso applicativo nel nostro Istituto, che ha visto, come primo passo, il progetto “Raccontami di te” basato sulla raccolta e condivisione di narrazioni sul proprio vissuto nei confronti della malattia da parte di pazienti, familiari, operatori sanitari e volontari. Il progetto, inserito nel programma di ricerca si è svolto in più edizioni, di cui l’ultima dedicata ai ragazzi</strong>. Nasce con l’obiettivo di introdurre un percorso umanistico narrativo di sostegno allo svolgimento dell’attività clinico-assistenziale, coltivando l’ascolto empatico negli operatori e favorendo l’integrazione dei punti di vista (<em>illness</em> e<em> disease</em>) nella cura, attraverso la conoscenza dell’esperienza dell’altro. La partecipazione attiva è stata importante con una numerosa raccolta di narrazioni che sono state analizzate, utilizzando una metodologia standard, dal team di ricerca (oncologi, bibliotecari, infermiere ed epidemiologo) per valorizzare tematiche ed emozioni emergenti. La valutazione globale del progetto è stata effettuata attraverso un incontro, aperto a tutti, dedicato alla presentazione dei risultati e dei commenti, accompagnato dalla lettura di narrazioni selezionate tra quelle raccolte, in quanto particolarmente significative, da parte degli stessi autori. I risultati sono stati pubblicati e diffusi, ottenendo riconoscimento sia dal punto di vista scientifico che narrativo, dimostrando come, per il progredire della conoscenza, oltre ai numeri contino anche le parole.</p>
<p class="wp-block-heading"><strong><em>La parte applicativa ha previsto l’uso di un diario digitale narrativo. In che modo questa esperienza potrebbe fare da apripista per l’applicazione della medicina narrativa nella pratica clinica?</em></strong></p>
<p>L’evoluzione del progetto e la creazione di un contesto idoneo, grazie anche alla realizzazione di percorsi formativi per gli operatori sanitari dell’Istituto, ha portato il nostro team multidisciplinare alla ideazione e conduzione di studi pilota sulla validazione di nuovi modelli assistenziali per l’applicazione della medicina narrativa, in particolare attraverso l’uso del diario digitale narrativo. Si tratta di una piattaforma, conforme alle normative vigenti in materia di privacy, che consente la acquisizione di elementi narrativi del paziente che il medico referente utilizza durante la regolare attività assistenziale, integrandoli con i dati clinici, per condividere e personalizzare la cura. <strong>Il percorso narrativo è guidato da stimoli definiti dai curanti in relazione con gli obiettivi di cura.</strong> <strong>Abbiamo sinora coinvolto 63 pazienti in fasi diverse della cura oncologica (chemioterapia, radioterapia, chirurgia, follow-up) e 15 operatori sanitari, tra medici infermieri e psicologi.</strong></p>
<p><a href="https://www.lavocedeimedici.it/2023/07/04/raccontami-di-te-la-medicina-narrativa-allirccs-istituto-nazionale-tumori-regina-elena-di-roma/" target="_blank">Continua a leggere l&#8217;intervista</a></p>
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		<title>La funzione della Medicina Narrativa: intervista a Marco Stancati, Massimiliano Marinelli e Marco Corazza</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Mar 2023 15:38:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Valente]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nasce il nuovo dizionario che attribuisce alla malattia non solo il significato biomedico, ma anche quello antropologico. Uno strumento che afferma il principio che esiste una funzione narrativa della sanità che va al di fuori della lettura del testo, ma che ci porta nel mondo in cui la persona vive. Da qui la funzione fondamentale [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2023/03/anmil.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6999" src="https://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2023/03/anmil-300x172.jpg" alt="anmil" width="300" height="172" /></a>Nasce il nuovo dizionario che attribuisce alla malattia non solo il significato biomedico, ma anche quello antropologico. Uno strumento che afferma il principio che esiste una funzione narrativa della sanità che va al di fuori della lettura del testo, ma che ci porta nel mondo in cui la persona vive. Da qui la funzione fondamentale dell’ascolto del malato con la sua identità per consentire un miglioramento delle cure. Se ne parla a &#8220;Luce sui fatti&#8221;, su Radio ANMIL Network.<span id="more-6998"></span></p>
<p>In studio con Luce Tommasi: Marco Stancati, comunicatore e docente Sapienza Università di Roma; Massimiliano Marinelli, Università Politecnica delle Marche, Centro Studi SIMeN, curatore del Dizionario di Medicina Narrativa e Marco Corazza, vice presidente dell’Associazione RuKIJE – Un raggio di sole.</p>
<p>Guarda l&#8217;intervista: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ibpltnFITOw" target="_blank">&#8220;Luce sui fatti &#8211; Medicina Narrativa&#8221;</a></p>
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		<title>Il Narratore Ferito: intervista a Christian Delorenzo</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2022 09:35:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Valente]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Christian Delorenzo, già traduttore di Medicina narrativa di Rita Charon (Cortina, 2019), è consulente letterario del Centre Hospitalier Intercommunal de Créteil e dottore di ricerca in medical humanities presso l’Université Paris-Est Créteil, dove insegna Medicina Narrativa agli studenti di medicina del terzo anno. Dott. Delorenzo, questo libro è nato quasi come una rivendicazione, una necessità [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2022/03/christian-delorenzo.jpg"><img class=" size-medium wp-image-6767 alignleft" src="https://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2022/03/christian-delorenzo-225x300.jpg" alt="christian delorenzo" width="225" height="300" /></a>Christian</em><em> Delorenzo, già traduttore di Medicina narrativa di Rita Charon (Cortina, 2019), è consulente letterario del Centre Hospitalier Intercommunal de Créteil e dottore di ricerca in medical humanities presso l’Université Paris-Est Créteil, dove insegna Medicina Narrativa agli studenti di medicina del terzo anno.</em></p>
<p><strong><em>Dott. Delorenzo, questo libro è nato quasi come una rivendicazione, una necessità di dare voce al corpo malato. Oggi, invece, sembra quasi non si parli di altro. Quali sono le reali conquiste e quali invece i passaggi ancora da compiere nella narrazione della malattia? </em></strong></p>
<p>Sicuramente, negli ultimi due anni, si è parlato molto della pandemia, che ci ha colpiti a tanti livelli: personale, sanitario, sociale, politico&#8230; Forse siamo stati sommersi dalla narrazione di questa specifica condizione.</p>
<p>Tuttavia, non esiste solo il Covid. Altre patologie sono passate sotto silenzio. Moltissimi interventi, per esempio, sono stati deprogrammati, nei momenti di crisi acuta. Il rischio secondario, ora, potrebbe essere quello di tapparsi le orecchie di fronte ad altre condizioni di sofferenza fisica (e non solo fisica).</p>
<p>La ripresa del libro di Frank mi sembra necessaria oggi anche per questo. Ci ricorda che la narrazione della malattia va ascoltata. Sempre. Ma servono strumenti e dispositivi, come quelli che <strong><em>Il narratore ferito</em></strong> fornisce, per poter prestare davvero orecchio al corpo che soffre, e che soffrendo si racconta.</p>
<p><span id="more-6766"></span></p>
<p><strong><em>La malattia è dunque opportunità, secondo Frank, occasione di sfida e cambiamento? Quali sono gli insegnamenti che dobbiamo apprendere dal racconto del Narratore ferito e come possiamo applicarli anche alla comunicazione quotidiana della malattia?</em></strong></p>
<p>Per Frank la malattia in sé non rappresenta un’opportunità. La malattia, quando va a colpire il corpo in maniera grave, provoca <em>in primis </em>una ferita. A volte ci getta in una condizione profondamente caotica. Si rischia di perde la «mappa» – per usare una metafora cara a Frank – che ha guidato il nostro percorso di vita fino a quel momento. Le priorità chiedono di essere riviste. I tempi, gli spazi, i corpi cambiano. Non si può dimenticare tutto questo. Sennò, si rischia di cadere in un sordo ottimismo, che a volte rappresenta una tra le forme dell’ascolto mancato.</p>
<p>Ciò non significa che non ci sia anche la possibilità di vivere l’esperienza della malattia alla stregua di una ricerca e di un’opportunità, per provare a comprendere cosa c’è da scoprire in un tale frangente su noi stessi, sulle nostre relazioni, sul mondo che ci circonda. È il modello narrativo della ricerca, per riprendere la categoria elaborata da Frank.</p>
<p>Nella comunicazione quotidiana della malattia, si può sviluppare, anche grazie a un libro come <strong><em>Il narratore ferito</em></strong>, la capacità di ascoltare e accogliere sofferenza che il corpo esprime attraverso le storie senza mai dimenticarsene, ma provando a sollecitare, con rispetto, attenzione e delicatezza, l’attribuzione di senso.</p>
<p><strong><em>Ognuno di noi ha affrontato o affronta una ferita, che sia un malato o un ‘non guarito’. Frank ci insegna a definirci “persone malate” e non “pazienti”, allontanando l’esterno, la medicalizzazione, per inoltrarsi nell’intimo. A cosa serve raccontarsi dal di dentro, come ha fatto Frank? E come questo racconto può servire agli altri?</em></strong></p>
<p>Prima del <strong><em>Narratore ferito</em></strong>, che rimane un saggio, Frank ha scritto un <em>memoir</em> che lui stesso ha definito «analitico»: <strong><em>At the Will of the Body</em></strong>. Qui, Frank racconta una doppia esperienza di malattia, allo scoccare dei quarant’anni: un infarto, probabilmente di origine virale, seguito dalla scoperta di un cancro, un seminoma testicolare.</p>
<p>Non starò a ripetere i vantaggi, per l’individuo che scrive, della narrazione autobiografica nell’ambito della malattia. Studiosi illustri come James W. Pennebaker o Duccio Demetrio l’hanno già fatto molto bene.</p>
<p>Ci tengo a sottolineare un effetto che di solito viene considerato in misura minore. A metterlo in luce è lo sguardo sociologico di Frank, che nel <strong><em>Narratore ferito</em></strong> raccoglie moltissime storie, oltre ad accennare alle sue esperienze.</p>
<p>La narrazione di malattia, soprattutto quando si fa libro o testimonianza pubblica, permette di costruire comunità. Fornisce un linguaggio non solo per sé, ma anche per l’altro. Scrivendo, e leggendo, si può uscire dal silenzio e dal mutismo in cui certe condizioni talvolta gettano. Il cerchio della testimonianza, per citare l’immagine di Frank, si amplia, coinvolgendo sempre più persone.</p>
<p>Non che questo debba trasformarsi in un imperativo etico: anche il silenzio va rispettato, se è una scelta comunicativa dell’individuo, e se non rappresenta una censura di tipo sociale, un’impossibilità di dire, un assoggettamento alle narrazioni dominanti, una trasformazione della persona malata in un corpo colonizzato.</p>
<p><strong><em>Ha un episodio di un “narratore ferito” che le è rimasto nel cuore?</em></strong></p>
<p>Nella postfazione del <strong><em>Narratore ferito</em></strong>, aggiunta per la seconda edizione americana del 2013, Frank riporta una vicenda già raccontata dall’antropologa Cheryl Mattingly: è la storia di Willy, un bimbo che ha dovuto subire un intervento di chirurgia ricostruttiva dopo un brutto incendio domestico. Per guarire Willy deve portare una maschera, ma è molto faticoso per lui. Le cose cominciano a cambiare quando l’ergoterapista lo paragona per la prima volta a Batman. E il piccolo Willy, passando di eroe in eroe, finisce per identificarsi con Buzz Lightyear, il personaggio spaziale di <em>Toy Story</em>. Anche i medici del reparto, a poco a poco, cominciano a utilizzare la narrazione di <em>Toy Story </em>per entrare in contatto con il piccolo Willy. Ma qui mi fermo, per invitare a leggere la continuazione di questa storia toccante nel libro.</p>
<p>Quella di Willy è una tra le vicende che durante la traduzione mi hanno commosso di più. Ma non dimentichiamo che <strong><em>Il narratore ferito</em></strong> riporta molte altre esperienze potenti ed emozionanti, come quelle di Oliver Sacks, Gilda Radner, Audre Lorde, Norman Cousins&#8230;</p>
<p><strong><em>Lei lavora in ospedale. Può raccontarci in che modo viene applicata la medicina narrativa e quali sono i vantaggi anche per il personale medico?</em></strong></p>
<p>Posso raccontare cosa facciamo nel nostro ospedale: il Centre Hospitalier Intercommunal di Créteil (CHIC), dove sono Attaché littéraire hospitalier (ALHO). In italiano suonerebbe come: «Consulente letterario-ospedaliero». Un nuovo ruolo professionale che abbiamo inventato per il nostro progetto di medicina narrativa.</p>
<p>Dall’inizio del 2019, ormai, i professionisti dello CHIC hanno la possibilità di partecipare per due ore al mese, sul loro orario di lavoro, a un laboratorio di medicina narrativa. Sono incontri in piccoli gruppi interprofessionali, transdisciplinari e fissi, formati da otto partecipanti al massimo. Questo significa che in un gruppo può esserci un internista, una caposala della pediatria, un infermiere della geriatria, una segretaria della maternità, uno psiconcologo, una psichiatra infantile, una dirigente sanitaria&#8230; La facilitazione è fornita da un tandem medico-letterario, di cui io sono sempre l’elemento fisso.</p>
<p>Per prima cosa, durante questi incontri, che riprendono i dispositivi e gli strumenti inventati da Rita Charon presso Columbia University, si legge con cura un testo letterario o no. Ma si può anche osservare un’opera d’arte e ascoltare un pezzo di musica strumentale o vocale. Poi, «all’ombra» di queste narrazioni, viene dato un «prompt»: un invito alla scrittura. I partecipanti hanno un tempo limitato (al massimo dieci minuti) per scrivere quello che preferiscono. Infine, i testi vengono letti ad alta voce e commentati secondo le categorie del <em>close reading</em>, o lettura accurata (come si fa all’inizio).</p>
<p>Il progetto, che è stato caldeggiato dal mio capo – il prof. Jean-Marc Baleyte dell’Université Paris-Est Créteil, nonché primario del reparto di neuropsichiatria infantile allo CHIC –, è sostenuto interamente dalla direzione. A mia conoscenza non c’è mai stata, in un ospedale, un’esperienza di medicina narrativa di così ampia portata.</p>
<p>Abbiamo anche pubblicato <a href="https://medecine-philosophie.com/wp-content/uploads/2021/12/12_Delorenzo_Baleyte_DOI_6.pdf" target="_blank">un primo articolo in francese, insieme con Rita Charon</a>, su questa esperienza: lo stiamo traducendo, proprio in questi giorni, per una pubblicazione in inglese, che è già stata accettata.</p>
<p>Ho raccontato e analizzato l’intero progetto nella mia tesi di dottorato <em>Pour un hôpital narratif</em>, dove elaboro un primo vero e proprio modello di medicina narrativa in ambito ospedaliero per formare i professionisti e trasformare i contesti allo stesso tempo. Come si fa ad ampliare l’orizzonte della narrazione se l’ambiente non è ricettivo e adatto? I singoli professionisti, pur con le loro competenze, rischiano di non poterle applicare appieno.</p>
<p>Grazie a una prima ricerca di tipo qualitativo, abbiamo registrano tre vantaggi per i professionisti del nostro ospedale: un miglioramento delle competenze di attenzione e rappresentazione, e quindi di ascolto; una riduzione dello stress e un aumento della qualità di vita al lavoro; un rafforzamento dei legami all’interno dell’istituzione.</p>
<p>Rimane ancora molto da fare in termini di diffusione, ampliamento e ricerca. Siamo all’opera, per esempio, affinché il modello dello CHIC possa trovare accoglimento in altre realtà ospedaliere.</p>
<p>Tre anni fa, nel 2019, lo CHIC – nelle figure del sottoscritto e di Jean-Marc Baleyte – ha inoltre partecipato, insieme con Vincenzo Alastra (ASL Biella), Micaela Castiglioni (Università di Milano Bicocca) e Roberto Poma (Université Paris-Est Créteil), alla fondazione della rete di ospedali narrativi NHN («Narrative Hospital Networks»), a cui è stato già dedicato un webinar nell’ambito di Pensieri Circolari.</p>
<p>Sono tutti inizi di un’avventura, che speriamo possa contribuire sempre di più, come il libro di Frank, a rafforzare quei dispositivi e quegli strumenti d’ascolto e di narrazione che ci permettono di stare sempre meglio nelle relazioni, nei sistemi e nei luoghi di cura.</p>
<p>Leggi: <em><a href="http://digitalnarrativemedicine.com/it/il-narratore-ferito-il-bisogno-di-raccontare-la-malattia-nellopera-di-arthur-w-frank-curata-da-christian-delorenzo/" target="_blank">&#8220;Il Narratore Ferito: il bisogno di raccontare la malattia nell&#8217;opera di Arthur W. Frank curata da Christian Delorenzo&#8221;</a></em></p>
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		<title>Medicina Narrativa: intervista a Sandro Spinsanti</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2016 08:05:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Valente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Medicina Narrativa]]></category>
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		<description><![CDATA[Quattro domande sulla Medicina Narrativa a Sandro Spinsanti &#160; &#160; Sandro Spinsanti, direttore dell&#8217;Istituto Giano e autore del libro &#8220;La medicina vestita di narrazione&#8220;, racconta la sua visione della medicina e della #MedicinaNarrativa in questa ampia intervista rilasciata a Digital Narrative Medicine. Ricordiamo che Sandro Spinsanti è laureato in psicologia (università di Roma “La Sapienza”) e in teologia (Pontificia Università [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quattro domande sulla Medicina Narrativa a Sandro Spinsanti<span id="more-4468"></span></p>
<p><a href="http://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/La-medicina-vestita-di-narrazione.png"><img class="  aligncenter wp-image-4469 size-full" src="https://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/La-medicina-vestita-di-narrazione.png" alt="La-medicina-vestita-di-narrazione" width="188" height="276" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sandro Spinsanti</strong>, direttore dell&#8217;<strong><a href="http://www.istitutogiano.it/" target="_blank">Istituto Giano</a></strong> e autore del libro &#8220;<strong><a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=691" target="_blank">La medicina vestita di narrazione</a></strong>&#8220;, racconta la sua visione della medicina e della <strong><a href="https://twitter.com/hashtag/MedicinaNarrativa?src=hash" target="_blank">#MedicinaNarrativa</a> </strong>in questa ampia intervista rilasciata a <strong>Digital Narrative Medicine</strong>.</p>
<p>Ricordiamo che Sandro Spinsanti è laureato in psicologia (università di Roma “La Sapienza”) e in teologia (Pontificia Università Lateranense) con specializzazione in teologia morale (Accademia Alfonsiana). Ha insegnato etica medica nella facoltà di medicina dell’università Cattolica di Roma e bioetica nell’università di Firenze. Ha diretto il Centro internazionale studi famiglia (Milano) e il Dipartimento di scienze umane dell’Ospedale Fatebenefratelli all’istola Tiberina (Roma).  Ha fondato e dirige l’Istituto Giano (Roma). È stato componente del Comitato Nazionale per la Bioetica. Ha fondato e diretto la rivista L’Arco di Giano (Esse editrice). Ha fondato e diretto la rivista &#8220;Janus. Medicina: cultura, culture&#8221; (ed. Zadig).</p>
<p>A seguire l&#8217;intervista:</p>
<p><strong>Cos’è per lei la medicina narrativa?</strong></p>
<p><em>Potrei dire, con un po’ di enfasi, che rappresenta il sogno della mia vita professionale. Ho dedicato la mia attività alla promozione di un nuovo modello di medicina, diverso da quello “ippocratico” che abbiamo ricevuto dalla tradizione. Non che fosse sbagliato: almeno così come era praticato dai buoni medici (come in ogni professione, c’erano anche medici incompetenti, e perfino delinquenti…). Ma il rapporto previsto dalla medicina ippocratica non rispondeva più alle esigenze dell’uomo entrato nell’era della modernità. Nel migliore dei casi era una cura fatta sul malato, non con il malato.</em><br />
<em> Il cambiamento che abbiamo cercato di promuovere con il movimento della bioetica ha dato risultati discutibili. Basti pensare che cosa è diventato il “consenso informato”, tradottosi in una liberatoria a fini difensivistici. Il modello della medicina narrativa riprende l’auspicio del cambiamento, con una etichetta nuova e con una nuova accentuazione. Mette l’accento sull’ascolto, piuttosto che sulla informazione. Richiede la narrazione come elemento essenziale per arrivare a una decisione condivisa. La “scienza e coscienza” del medico sono sempre richieste: come e più che in passato. Ma non sono più sufficienti. Si devono confrontare con i valori e le preferenze della persona malata. E questi sono veicolati dalla sua narrazione.</em></p>
<p><strong>Come si può “vestire” la medicina di narrazione?</strong></p>
<p><em>Stiamo parlando evidentemente di una metafora. La “sartorialità” è stata evocata, prima che dalla medicina narrativa, dalla scienza medica più dura e pura. Mi riferisco alla “tailored medicine” promossa soprattutto dall’oncologia, e più di recente dalla “medicina di precisione”, il cui obiettivo è quello di cogliere l’individualità che rende unico ogni organismo. Il vestito su misura che auspica la medicina narrativa è quello del vissuto biografico, e quindi del progetto personale di vita. La scienza biologica cerca, con i suoi strumenti – genetica ed epigenetica &#8211; di individuare le migliori risorse diagnostiche e terapeutiche per il singolo organismo; la medicina narrativa favorisce, con la narrazione, quella cura che più si avvicina a un abito tagliato su misura da un abile sarto, perché modellato sulla biografia individuale.</em></p>
<p><strong>All’estero la narrative medicine è già una realtà ben strutturata, in Italia vede le stesse possibilità di sviluppo?</strong></p>
<p><em>Anche in Italia si è aperta una felice stagione per la medicina narrativa. Alcuni vertici istituzionali hanno dimostrato attenzione al movimento. L’Istituto Superiore di Sanità, ad esempio, ha convocato nel 2014 una conferenza di consenso sulla definizione e sugli usi della medicina narrativa nella pratica clinica. La Federazione nazionale degli Ordini dei Medici ha creato una commissione dedicata allo studio di questa pratica e diversi ordini provinciali hanno convocato convegni sulla medicina narrativa. Ma soprattutto l’orizzonte si fa promettente se passiamo in rassegna le iniziative che partono dal basso. Dalla pediatria alla geriatria, dagli ospedali agli hospice, dai servizi territoriali alle riabilitazioni: è tutto un fiorire di progetti e proposte che raccolgono il massimo gradimento sia dei professionisti sanitari che dei cittadini coinvolti.</em></p>
<p><strong>Oggi la buona medicina è…</strong></p>
<p><em>Per sintetizzare la buona medicina dei nostri giorni non trovo un’aggettivazione più efficace di quella proposta dal movimento della Slow Medicine: una medicina “sobria, rispettosa, giusta”. La sobrietà equivale alla giusta misura (né troppo, né troppo poco) e all’appropriatezza. “Fare di più non significa fare meglio”, come proclama il progetto di Slow Medicine a cui hanno aderito numerose società scientifiche mediche. Il rispetto richiede l’adozione del rapporto proprio della modernità, nel quale l’autonomia della persona che riceve le cure non è un disturbo per il curante, ma una risorsa essenziale. La collaborazione auspicabile del malato al processo di cura non è più la passività e compliance del passato, ma una partecipazione attiva. Che produce anche una corresponsabilità. E la giustizia, applicata al nostro modello di sanità, equivale all’impegno a non smantellare lo stato sociale e a contrastare cure sanitarie a due velocità: per i ricchi e per i poveri.</em><br />
<em> Il quadro è sicuramente complesso. Ma senza questa triplice scansione di qualità non siamo disposti a chiamare buona una pratica della medicina, per quanto raffinata sia dal punto di vista tecnologico.</em></p>
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