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	<title>Digital Narrative Medicine &#187; antropologia</title>
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	<description>Medicina Narrativa Digitale</description>
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		<title>Intervista alla Dott.ssa Cristina Cenci, antropologa, fondatrice di Digital Narrative Medicine</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2024 09:10:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Valente]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[antropologa]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Il modo più semplice per spiegare cos’è la medicina narrativa è partire da cosa non è. Non è scrivere un libro o un racconto con la propria esperienza di malattia, non è condividere la propria storia nei social network, non è curarsi con la letteratura&#8221; Intervista di MioDottore a Cristina Cenci 1) Potrebbe spiegare cos&#8217;è [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2024/03/MAGAZINE-1200-x-630-px-10.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-7340" src="https://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2024/03/MAGAZINE-1200-x-630-px-10-300x158.png" alt="MAGAZINE (1200 x 630 px) (10)" width="300" height="158" /></a>&#8220;Il modo più semplice per spiegare cos’è la medicina narrativa è partire da cosa non è. Non è scrivere un libro o un racconto con la propria esperienza di malattia, non è condividere la propria storia nei social network, non è curarsi con la letteratura&#8221;<br />
Intervista di MioDottore a Cristina Cenci</p>
<p><em><strong>1) Potrebbe spiegare cos&#8217;è la medicina narrativa e quali sono i principi fondamentali su cui si basa? Come si integra, nella pratica quotidiana, con l&#8217;approccio scientifico tradizionale alla cura del paziente?</strong><br />
</em>Il modo più semplice per spiegare cos’è la medicina narrativa è partire da cosa non è. Non è scrivere un libro o un racconto con la propria esperienza di malattia, non è condividere la propria storia nei social network, non è curarsi con la letteratura. Per dire cosa è, faccio riferimento alle Linee di Indirizzo dell’Istituto Superiore di Sanità del 2015 che definiscono la medicina narrativa come “<em>una metodologia d’intervento clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa&#8221;. La narrazione è lo strumento fondamentale per acquisire, comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel processo di cura. Il fine è la costruzione condivisa di un percorso di cura personalizzato (storia di cura)”. </em>Quando usiamo il termine di medicina narrativa o <em>narrative based medicine</em>, facciamo quindi riferimento a una relazione di cura che focalizza l’intervento non solo sulla malattia ma sulla persona.</p>
<p><span id="more-7345"></span><br />
La medicina narrativa offre le competenze e gli strumenti per integrare il piano assistenziale con il progetto esistenziale della persona, come raccomandato dal 2016 il Piano nazionale cronicità. L’ascolto narrativo si integra con il colloquio clinico e la diagnostica per consentire una personalizzazione bio-psico-sociale del percorso di cura. Non siamo solo dati, siamo esperienze, vissuti, emozioni, progetti che devono diventare una componente chiave nella diagnosi e nel processo decisionale relativo ai trattamenti. A livello internazionale, il punto di riferimento che ha ispirato anche il lavoro in Italia è Trisha Greenhalgh a Oxford, <em>Brian Hurwitz</em> al King’s College di Londra e Rita Charon alla Columbia University.</p>
<p><strong><em>2)</em></strong> <strong><em>Spiegato in modo semplice, ci racconta qual è la relazione tra medicina narrativa e antropologia?</em></strong><br />
L’antropologia ha avuto un ruolo chiave nella diffusione del paradigma della medicina narrativa. Sono gli antropologi medici Arthur Kleinman e Byron Good che alla fine degli anni ’80 del ‘900 alla Harvard Medical School mettono in discussione il paradigma puramente clinico della medicina e rimettono al centro la persona. L’antropologia riporta al centro della cura l’importanza del senso e del significato che una malattia assume nella biografia unica e irripetibile di ognuno. L’inglese aiuta a capire l’interdipendenza tra tutte queste dimensioni perché ha tre parole per dire malattia: <em>disease</em>, che è la malattia in senso clinico, l’<em>illness</em> che è il vissuto della malattia, le modalità e i significati con cui una specifica persona affronta il suo percorso e le cure e la <em>sickness</em> che è la costruzione sociale e culturale della malattia, che influenza a sua volta la <em>disease </em>e l’<em>illness</em>. Faccio un esempio di questa interdipendenza. Uno<a href="https://academic.oup.com/eurheartj/article/41/Supplement_2/ehaa946.3178/6003235)avuro"> studio</a> pubblicato qualche anno fa a cui ho collaborato, mostra come nell’immaginario collettivo le patologie cardiovascolari siano associate prevalentemente agli uomini. Stiamo quindi parlando di <em>sickness</em>, cioè della rappresentazione sociale della malattia. Questo costrutto culturale incide però anche sulla <em>disease</em>, perché i curanti tendono a sottovalutare i sintomi nella diagnosi delle donne, attribuendoli più frequentemente che per gli uomini a componenti psicologiche. A loro volta le donne, tendono a non riconoscere i loro sintomi e a essere meno focalizzate sulla prevenzione cardiovascolare rispetto a quella oncologica (<em>illness</em>). L’antropologia ci ricorda che queste tre dimensioni vanno tutte considerate perché sono parte integrante di come si costruiscono le conoscenze e le pratiche nella cura.<br />
Un altro apporto molto importante dell’antropologia è associato alla costruzione sociale del rituale terapeutico. Nella cura le componenti scientifiche e l’esperienza del curante si combinano con un insieme di atti e di simboli che li legittimano. Storicamente siamo passati da un modello sciamanico di affidamento ai gesti rituali ad una maggiore co-costruzione e condivisione, che però richiede sempre simboli, parole e atti appropriati. Faccio l’esempio della telemedicina. Utilizzare WhatsApp o strumenti generalisti di conversazione con i pazienti, non è solo pericoloso dal punto di vista della sicurezza dei dati, rischia di delegittimare il setting della cura, di banalizzare e di creare l’illusione che quello che mi scrive il medico abbia lo stesso valore di quello che mi scrive un amico. È come se ci facessimo visitare al bar. Questo vale anche per il curante che in un unico flusso di chat risponde al paziente, al figlio, al collega e all’elettricista. Purtroppo ancora oggi i servizi semplici di messaggistica sono molto utilizzati. È invece fondamentale che vengano utilizzate piattaforme dedicate e che si definiscono dei percorsi diagnostico-terapeutici digitali adeguati. In questo contesto di trasformazione, le competenze socio-antropologiche e narrative potrebbero offrire un contributo importante.</p>
<p><a href="https://pro.miodottore.it/blog/dottori/topic/magazine/post/intervista-alla-dott.ssa-cristina-cenci-antropologa-fondatrice-di-digital-narrative-medicine" target="_blank">Continua a leggere l&#8217;intervista </a></p>
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