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	<title>Digital Narrative Medicine &#187; ai</title>
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	<description>Medicina Narrativa Digitale</description>
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		<title>Medicina narrativa e intelligenza artificiale: il progetto NARR-ARTI</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 14:56:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Panella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2026/06/Screenshot-2026-05-31-alle-15.50.14.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-8287" src="https://digitalnarrativemedicine.com/wordpress/wp-content/uploads/2026/06/Screenshot-2026-05-31-alle-15.50.14-300x155.png" alt="Screenshot-2026-05-31-alle-15.50.14" width="300" height="155" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Riportiamo l&#8217;articolo di Cristina Cenci, founder Digital Narrative Medicine, pubblicato sul blog Nòva de Il Sole 24Ore.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nel <strong>2017</strong> ho condiviso su questo blog una piccola provocazione. Dopo l’ennesima risposta paternalistica del mio medico di base, ho immaginato di scrivere invece a un assistente virtuale che ho chiamato R2-D2, in omaggio a Guerre Stellari. La risposta che ho attribuito a R2-D2 era al tempo stesso empatica, personalizzata, utile per me. Concludevo con una domanda: <em>saranno le macchine ad aiutarci a superare il paternalismo nella relazione medico-paziente?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nove anni dopo, con l’arrivo degli LLM, le chatbot empatiche esistono davvero ma l’interrogativo resta valido.  Secondo uno <strong>studio</strong> di <strong>David Chen</strong> e colleghi del Princess Margaret Cancer Centre di Toronto, le persone con cancro valutano le risposte dei chatbot come più empatiche di quelle dei medici. La mia fantasia del 2017 è apparentemente diventata realtà. Ma non del tutto. Parlare di empatia per un chatbot rischia di non essere appropriato, visto che al massimo possiamo definirlo <em>mirroring</em> statistico. La situazione è al tempo stesso più problematica e più promettente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2025 il Centro Studi SIMeN ha pubblicato un <strong>documento</strong> curato da <strong>Massimiliano Marinelli</strong> — <em>Medicina Narrativa e Intelligenza Artificiale. Una breve introduzione</em> — che sintetizza in modo molto efficace rischi e opportunità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il testo descrive un paradosso identificato da diversi studiosi: “i sistemi sanitari cercano nell’AI efficienza e standardizzazione; la medicina narrativa insiste sulla singolarità del vissuto, sull’<em>illness script</em> come evento fenomenologico irriducibile”. Il rischio centrale è la nascita di un “(a)iRecord”, dominato dall’algoritmo e dalla presunta oggettività del dato, derivato da una procedura di codifica automatca. Avverte Marinelli: <em>“Quando la sofferenza di una madre — per il futuro dei figli, per esempio — viene compressa in una nota psicosociale o in una checkbox, la narrazione viene ‘dataficata’: trasformata in dato utile al sistema, ma impoverita come fonte di risonanza empatica e di comprensione condivisa. Il rischio, per la MN, è che la parola del paziente venga sì registrata, ma non davvero accolta.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-8286"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Sul risultato degli studi come quello di Chen et al., Marinelli segnala che il  vero banco di prova dell’empatia non è la messaggistica asincrona, ma la relazione in presenza: “<em>lo spazio in cui si sostengono silenzi, si tollera la confusione, si reggono sguardi che portano notizie che nessuno vorrebbe dare o ricevere</em>”. L’empatia è contestuale e relazionale ed è per gli umani, non per l’AI.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dossier segnala poi i rischi più sottili: la <em>passività narrativa</em> del clinico che accetta quasi in blocco i testi generati dall’AI, l’erosione della competenza narrativa, i bias algoritmici che rischiano di produrre una medicina che “sente” meglio certi aspetti e ne ignora altri rilevanti. La proposta richiama il cosiddetto modello <em>“centauro”</em>: <em>distant reading</em> all’AI, <em>close reading</em> all’umano. Bella formula. Come si può applicare nella pratica?</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo provato a proporre una declinazione concreta con il progetto <a href="http://digitalnarrativemedicine.com/it/narr-arti-il-progetto-al-policlinico-gemelli-che-unisce-medicina-narrativa-e-intelligenza-artificiale-per-valorizzare-la-storia-e-i-bisogni-di-ogni-persona/" target="_blank"><strong>NARR</strong><strong>-ARTI</strong></a>, realizzato con la <b>Medicina di Precisione in Senologia, </b>della <strong>Fondazione Policlinico Gemelli</strong>, guidata dalla dottoressa <strong>Alessandra Fabi, </strong>con il contributo incondizionato <strong>AstraZeneca.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le donne con tumore al seno in fase avanzata raccontano la propria esperienza con il diario narrativo digitale <strong>DNMLab</strong> — validato per utilità e fattibilità in diverse aree terapeutiche. Nel diario sono state integrate le <strong>API di ChatGPT</strong>, con la garanzia che le storie non vengano utilizzate per l’addestramento del sistema, preservando la privacy. L’AI analizza le narrazioni e genera per ogni paziente la <strong><em>Illness Digital StoryMap</em></strong> (IDS), visibile al team curante.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://cristinacenci.nova100.ilsole24ore.com/2026/05/31/medicina-narrativa-e-intelligenza-artificiale-il-progetto-narr-arti/" target="_blank">Continua a leggere l&#8217;articolo di Cristina Cenci</a></p>
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