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“Ho un tumore e voglio dirlo a tutti”. Ecco perché si condivide la malattia on line

Giorgia Libero, 23 anni di Padova, è morta ad agosto dopo aver lottato contro un linfoma. Come tanti altri, aveva raccontato la sua malattia sui social network raggiungendo milioni di persone. Siamo partiti dalla sua storia, per capire cosa spinge una persona a parlare di un fatto così privato e doloroso, ma anche perché in tanti leggono e cliccano “Mi piace”. La psico-oncologa: “Fa bene” Continua a leggere

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The Humanities and Medicine

This piece is part of The Daily’s “The Humanities in the 21st Century” series, running from April 7-11, 2014, which explores Stanford’s relationship with the humanities and the future of undergraduate studies in these fields. The other parts of the series can be found here. Continua a leggere

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L’uso di Twitter nell’healthcare: non solo comunicazione, ma anche ascolto del pubblico

Accade molto spesso che pazienti e caregivers sentano l’esigenza di scambiarsi opinioni o condividano le esperienze. In questo senso, il web offre numerosi spazi come forum, chat e gli stessi social network. Tra questi ultimi, grazie alla sua natura di canale interattivo, alla possibilità di comunicare in tempo reale e all’ampio grado di disseminazione degli argomenti, Twitter sta diventando un importante mezzo di confronto in ambito salute. La sua immediatezza favorisce molto l’uso da parte dei pazienti rendendolo una fonte preziosa d’informazioni sui loro bisogni e, più in generale, sulle dinamiche che si sviluppano attorno a una patologia. continua a leggere

Articolo di Vanni Vischi su UpValue

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Chi sa solo di medicina, non sa niente di medicina

Chi sa solo di medicina, non sa niente di medicina. Bravo, dottor Bronzetti, non perda mai quel senso di missione che traspare in ogni riga della sua lettera. È bello scoprire che da Bologna a Milano, passando per Pisa fino al Sud di dentro del Cilento, sono tanti i medici che trasmettono ai malati quell’amore per il loro lavoro che ho visto stampato nel cuore e negli occhi dei medici del Gemelli di Roma, scuola di medicina e di umanità, qualche settimana fa.

Chi arriva in una corsia di ospedale ha bisogno del suo “medico di famiglia” perché la debolezza e la paura lo rendono più fragile e avverte l’esigenza di «essere preso per mano e aiutato». Sente il bisogno di essere sempre al centro dell’attenzione del medico e se ne accorge subito quando accade oppure no, la fiducia e la tranquillità fanno parte della guarigione dalla malattia. continua a leggere

Articolo di Roberto Napoletano su Il Sole 24 Ore